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giovedì 7 gennaio 2021

Sono Ambra

 

Ciao! Sono Ambra, ho diciotto anni e vivo sul mare, tra Rimini e Ravenna.

In questo momento della mia vita sto convivendo con una pandemia e ricordando una parte della mia adolescenza che non avrei mai immaginato: l’esistenza tra quattro muri in quarantena. Da febbraio la mia routine è stata totalmente capovolta ed io, come tutti, mi sono ritrovata in casa a dover costruire le mie giornate in modo totalmente diverso. Prima davo tutto per scontato e agivo in maniera meccanica: mi svegliavo, prendevo l’autobus, arrivavo davanti a scuola per chiacchierare un po’ con i miei amici e poi seguivo le mie lezioni. Uscita, chiacchiere con gli amici, autobus, casa, studio. Nella mia ora di tragitto di andata e ritorno ascoltavo la musica e mi perdevo tra i miei pensieri scolastici e adolescenziali.

Da gennaio dell’anno scorso avevo iniziato ad uscire il sabato sera: andavo quasi sempre al Rock Planet di Cervia, la mia discoteca preferita, con le mie amiche. Adoravo quelle serate perché eravamo molto tranquille, andavamo soprattutto a quelle anni 90 perché amiamo quel tipo di musica. C’era poca gente, lo staff era simpaticissimo, eravamo un bel gruppo e riuscivamo a passare del tempo senza inconvenienti spiacevoli che ci regalava spensieratezza e tranquillità, oltre a delle meravigliose e sincere risate. Non ero mai stata un’amante della discoteca prima e forse non lo sono neanche ora, ma se potessi rivivere quei momenti sceglierei di rifarlo mille volte, dato che diventarono il mio passatempo preferito in compagnia.

rock_planet_cervia

Così, sabato 22 febbraio eravamo lì, travestite per la serata a tema carnevale, che ballavamo in modo indecente e scherzavamo.  Ad un certo punto mi arrivò un messaggio sul gruppo di classe che diceva che la nostra prossima gita poteva saltare a causa Coronavirus e che il Governo avrebbe deciso lunedì: non potevo essere più confusa. I giorni precedenti avevo sottovalutato la situazione, ero fiduciosa, pensavo che mettendo in quarantena quei pochi casi si sarebbe risolto tutto.

Da lunedì rimasi a casa da scuola. “Va beh, mi dispiace ma tanto tra una settimana torniamo” pensavo. Le settimane si fecero due e ancora ci speravo.

Non prendevo più l’autobus, non vedevo più i miei amici e non facevo più lezione, almeno per le prime poche settimane. Iniziammo a fare le videochiamate. Il 9 marzo, proprio mentre ne stavamo facendo una, una disse che Conte stava parlando in tv. In ogni canale c’era lui: tutta Italia fu dichiarata zona rossa.

Iniziai a vedere passare tutti i miei giorni in modo uguale. Guardavo sempre fuori dalla stessa finestra, vedevo arrivare la primavera. Invidiavo persino il paesaggio, perché lui poteva cambiare alla luce del sole e io no. Potevo solo guardare, mentre il mio tempo in quarta superiore passava senza darmi la possibilità di sfruttare ogni attimo. Non sentivo più gli abbracci e le carezze. Mi mancavano tutti i minuti di viaggio verso scuola che avevo sprecato distraendomi e ogni canzone che avrei voluto riascoltare lì. Mi pentivo di ogni volta in cui, alla mattina, ero scontrosa perché stanca e non mi godevo abbastanza quei momenti di compagnia. Ma soprattutto, una era la cosa che mi dava più fastidio: l’aver passato l’ultimo giorno di scuola senza sapere che fosse l’ultimo. Non avevo salutato la mia aula, la mia classe, i giri per i corridoi con gli amici. Non li avevo abbracciati abbastanza. Non avevo idea del fatto che li avrei rivisti solo a giugno ma distanti, senza poterli toccare. Mi ritrovai in casa, alla sera, alla fine di quelle pesanti giornate, ad ascoltare la musica chiudendo gli occhi e immaginando che tutto ciò non fosse mai iniziato. Se chiudevo gli occhi ero a scuola, all’intervallo, che gironzolavo. Bevevo il mio caffè con tutte le persone che amo, mi stancavo a lezione e poi uscivamo.

cervia

Il tempo in casa fu molto duro: non è semplice per un adolescente convivere con se stesso. La mente è continuamente tempestata da pensieri che non si possono trattenere, soprattutto in un momento del genere in cui era praticamente l’unica cosa da fare. Essere fisicamente sola mi terrorizzava proprio per questo.  Almeno, la quarantena mi è stata utile per qualcosa di fondamentale: ho avuto tempo di ascoltarmi. Sono stata strappata via con la forza dai miei ritmi frenetici che mi lasciavano solo il tempo di agire senza pensare per poi avere l’occasione di riflettere sui miei bisogni, sul mio carattere e sulle mie emozioni. Se questo periodo non fosse esistito, non sarei cresciuta mentalmente come mi è successo e non avrei scoperto delle amicizie meravigliose. All’uscita dal lockdown iniziai ad apprezzare a pieno la bellezza della spiaggia su cui avevo l’opportunità di camminare, del mare, delle piante, della serenità delle passeggiate. Di tutti i posti del mio piccolo mondo che avevo sempre dato per scontati, ma che a rivederli a giugno mi veniva da piangere.

Quei mesi sono stati una lezione di vita per me, che mi hanno insegnato tanto sia su di essa, che su di me. Li ricordo con tristezza e con un peso sul cuore per le brutte immagini che abbiamo visto e per tutte le difficoltà sia personali che collettive che abbiamo passato, ma li vedrò sempre anche come un momento di forza indescrivibile che mi ha portata ad essere la persona che ora rispetto, che capisco, che sono e che amo.

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